Arrivederci, Europa

delirio partorito da Andrè Nakamura | catalogato in: Cloverfield Tour, Mostre fotografiche

Beer Word: Aquilani | Beer Song: "Moment of Surrender", U2

0

DSCN1169

E così ho fatto questa pazzia. Nemmeno quattro giorni dal mio ritorno da Londra e sono partito per Cardiff, solo per loro e per il saluto del Cloverfield Tour all’Europa. E quanto cazzo ne è valsa la pena, ragazzi…

Dire che sono partito per Cardiff non è del tutto corretto; organizzare un weekend in Galles tre giorni prima di partire non è la più semplice delle cose, e per evitare di spendere un patrimonio bisogna arrangiarsi come si può. Fatto sta che sono dovuto atterrare nell’aeroporto più vicino a Cardiff che non fosse quello di Cardiff (un Milano-Cardiff stava a qualcosa come 800 euro): Bristol, ridente cittadina del sud-ovest dell’Inghilterra. L’itinerario previsto è stato una sorta di Torino-Malpensa-Bristol-Cardiff-Bristol-Malpensa-Torino, il tutto da farsi tra le 21 di venerdì e le 21 di domenica.

Perciò, dopo autostrade, aerei scomodi, pullman male elettrificati e una scarpinata completamente inutile (ah, le direzioni sbagliate) sono arrivato al Millennium Stadium di Cardiff, uno stadio appoggiato sul fiume Taff e incastrato perfettamente tra gli edifici adiacenti (cosa che ci puoi stendere i panni sopra se abiti nel palazzo di fronte).
Anche qui come a Wembley, neanche a dirlo, un’organizzazione meravigliosa. In certi luoghi, al contrario della nostra Italietta, ti rendi conto che esistono delle civiltà nelle quali arrivando allo stadio alle 11 del mattino, senza rimanere schiacciati come aringhe per delle ore e senza dover correre scansando sgambetti e gomitate, si può vedere il concerto in una meravigliosa quinta-sesta fila centrale.

Dopo l’immancabile incitamento ai Paraculos e dopo aver augurato almeno duecento volte la morte a ogni componente dei Glasvegas, sono arrivati loro. Se a Londra ce li avevo vicini (e sopra), qui ce li avevo in braccio. Le foto che vedrete in fondo non rendono l’idea di quanto fossi attaccato a quei quattro bastardi.
E ancora una volta, nonostante l’assenza di sorprese in scaletta (ok, me la stratiro: ormai Stay e Bad le ho già sentite e me le aspettavo…) e nonostante qualche scazzo dovuto all’arteriosclerosi di Bono, sono riusciti a rimbecillirmi totalmente per più di due ore.

[Sto riascoltando Bad nel bootleg per la prima volta da sabato e mi rendo conto che Bono non è riuscito a cantare metà canzone per la commozione. Dal vivo non me ne ero nemmeno accorto. E mi dovrei incazzare perché non hanno fatto Until the End of the World? Ma affanculo Until.]

Il rovescio della medaglia degli inglesi (o gallesi, in questo caso) è che sono un po’ mosciarelli. Sempre rimanendo in ambito U2, paragonando le prime file italiane e quelle inglesi si può notare come noi “latini” che arriviamo sotto il palco di San Siro dopo battaglie epiche siamo giovani e forti, e quindi più calorosi e casinisti, mentre i “nordici” che arrivano nelle prime file a casa loro sono dei tranquilli quarantenni che non fanno altro che stonarsi di birra dal mattino alla sera e quindi arrivano all’ora del concerto incapaci di intendere, di volere e soprattutto di cantare e saltare. Ho persino visto gente esaltarsi di più per i Glasvegas: assurdo.
Morale della favola: nel mio metro quadro di prato io e i miei amici eravamo gli unici che si sgolavano, saltavano, sventolavano una bandiera italiana dando fastidio a chiunque fosse dietro e urlavano “ADAAAAAAAAAAAMMM!!!” fino a perdere le forze. Tranne durante Get On Your Boots, Vertigo e Sunday Bloody Sunday, ovviamente. Bella forza, gente.

Finito il concerto c’è stato il dopo concerto (e cos’altro, sennò?), un’avventura nell’avventura. Il pullman per Bristol, casa di tanti italiani squattrinati, sarebbe partito alle 4.20 del mattino (!) e così abbiamo passato le ore successive al concerto a cercare un localino che ci concedesse asilo politico, cibo tipico e fiumi di birra fino alle prime ore dell’alba. Il caso vuole che abbiamo trovato solamente locali che chiudevano verso mezzanotte e mezza, e quelli che restavano aperti fino alle sei non ci facevano entrare perché non eravamo vestiti “da sabato sera”, così ci siamo messi a girare un bel po’ per le strade del centro.
Nel centro di Cardiff, al sabato sera, c’è un traffico di puttanoni mascherati che barcollano di club in club mostrando le grazie (o le macerie, nella maggior parte dei casi) e urlando come delle scimmie. Materiale per foto, grasse risate ed eventuali schiaffoni alle nostre future figlie se mai andranno in giro conciate in quel modo.

Alla fine, da bravi italiani, siamo riusciti a intrufolarci sul pullman dell’1.20 ma, puniti dal karma, l’autista s’è fermato dopo cinque chilometri annunciando che il mezzo aveva un non meglio specificato problema elettrico (forse non andava il kers, o lo spruzzino dei tergicristalli) e, mesti mesti, ce ne siamo tornati a Bristol.

Anche stavolta un piccolo pensiero per tutti coloro che hanno condiviso questa avventura con me: prima di tutto Markino che è diventato il mio idolo incontrastato per tutta una serie di motivi e che mi ha procurato i biglietti del concerto; Elena e Luca che sono stati la mia ombra per tutto sabato; Chiara e Consuelo che mi hanno convinto a partire (non che abbiano dovuto faticare molto); e poi Stefano, Alessio, Ilaria, Saro, Romina, Gloria, Klod, Alessandro e tutto il mare di gente che ho incontrato prima, durante e dopo il concerto. Un abbraccio forte a tutti.

Prossima tappa: New York… (buahahahahahahaha!)

Ti piace?

Scrivi ciò che vuoi (nei limiti della decenza)

XHTML: Si possono usare questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>