Inizio a tenere anche questo conto: parafrasando la mia amicicia Erika, posso affermare con cognizione di causa che ho sentito Time is Running Out sei volte dal vivo, e Showbiz nemmeno una. Non saranno quindici, e finché continueremo ad andare a vedere i Muse insieme non la supererò mai, ma mi va bene così.
I ragazzi hanno conquistato San Siro. Sì, è vero, dopo aver messo in ginocchio Wembley conquistare San Siro è un gioco da ragazzi, però c’è anche da dire che a San Siro non ci suonano cani e porci: Bob Marley, gli U2, Bruce Springsteen, i Red Hot Chili Peppers, Robbie Williams, i Negramaro, Laura Paus… d’oh!
Voglia di fare recensioni? Zero. In realtà zero voglia di fare qualsiasi cosa, sempre (that’s my philosophy), tranne che di mettere a disposizione a voi giovinotti le foto che ho fatto ieri sera. Volevate anche quelle di Torino, eh? Quelle me le sono dimenticate. Un giorno le pubblicherò.
Caro José, ormai i blog interisti sono pieni di lettere virtualmente indirizzate a te, per cui mi adeguo e scelgo anche io questa forma per scrivere quel che penso in questo momento.
E’ da ieri che ho questo delirio pronto nella mia testa, ma non è semplice buttare giù tutto in poche righe e ci sono due anni di emozioni da rielaborare prima di poter scolpire tutto in rete. In realtà però non serve andare a vivisezionare tutto ciò che hai detto o fatto, perché questo video è tutto ciò che serve per capire chi sei.
Queste lacrime sono come una proiezione cinematografica dei tuoi pensieri: vuoi bene a Moratti, vuoi bene ai tuoi giocatori, vuoi bene a noi tifosi (e sei ricambiato, direi), ma sei schiacciato dal peso delle insinuazioni su di te e dal clima pesante che si vive in Italia. E comunque sei uno “spirito libero”, non ti piace fermarti troppo in un posto e vuoi sempre nuove sfide. E’ vero, José? Oppure non è altro che l’ennesimo tentativo di gonfiare il tuo ego, come dice qualcuno? E’ Madrid che ti attira o è l’Italia che ti spinge via?
Se si tratta di questo allora perché piangi, José? Se è vero che questo addio ti fa male perché non resisti, per noi, per l’Inter, per mettere a tacere tutti come sai fare tu? Gliela vogliamo dare vinta? Vogliamo davvero tornare ai finti complimenti di circostanza, ai giri di parole per non dire le cose come stanno?
Certo, ormai è tardi per chiederti di restare. Tutti ci siamo resi conto che è tardi, e le parole di Zanetti, del Presidente e degli altri ragazzi della squadra lasciano poco spazio alle interpretazioni. Questa di norma è una cosa che dovrebbe farci arrabbiare, più o meno come essere lasciati da una bella donna (e fa dannatamente soffrire vedere la propria donna con un altro, se mi passi la metafora); eppure, se non bastasse tutto quello che hai fatto fino ad ora, quelle lacrime ci fanno capire che il tuo cuore è con noi e sempre lo sarà, ovunque tu vada, quindi è giusto che tu faccia ciò che vuoi, e se te ne vai lo fai da vincente, lasciandoci un ricordo indelebile.
Ci hai portato una Supercoppa Italiana, una Coppa Italia, due Scudetti e una Champions League, quella inseguita da 45 anni: cinque tituli in due anni. Hai quasi offuscato la leggenda del Mago Herrera, ci hai difesi, hai difeso i tuoi giocatori, ci hai dato la possibilità di apostrofare chiunque con i tuoi slogan (e questo non è poco, credimi). Tutto ciò nonostante dopo nemmeno un anno di lavoro ti dessero del fallito “perché è stato assunto per portare la Champions e non l’ha fatto”, nonostante fossimo usciti per colpa di un palo e una traversa. Possiamo chiederti altro?
No, non possiamo. Per cui ti ringraziamo, José, per tutto. Speriamo che il prossimo allenatore dell’Inter (Mihajlovic?) abbia almeno metà del tuo carisma e un quarto della tua bravura e ti auguriamo che i tifosi del Real ti amino come ti amiamo noi e ti facciano piangere come hai fatto sabato sera, ma di gioia (in fondo gli interisti e i madridisti sono un pubblico molto simile, esigente ma appassionato). Tiferemo per te, e quando arriverà il giorno del Clàsico, ti prego, incula i “remuntada” come hai fatto quest’anno.
Da circa 34 ore non dormo, e da circa 5 ore sono in loop su Sky Sport 24 per vedere, rivedere e riempirmi gli occhi con le immagini di ieri sera: i due gol meravigliosi di Milito, i miracoli di Julio Cesar, le lacrime del Capitano (rigorosamente con la C maiuscola), del Cuchu e di Josè Mourinho, la Coppa (anch’essa rigorosamente con la C maiuscola) prima alzata al cielo di Madrid e poi portata nel nostro stadio per farla vedere a noi, massa adorante.
Credo che non mi stancherò mai di tutto questo. Sì, perché una notte così non ha niente di noioso o ripetitivo e mai potrà essere lontanamente associata a due parole del genere. E quindi continuiamo: colpo di testa di Milito, assist di Sneijder, finta e tiro sotto la traversa del Principe: gol; lancio di Eto’o, Milito scherza Van Buyten e la piazza alla sinistra di Butt: altro gol. Piazza Duomo esplode, abbracci tra persone che in altre occasioni probabilmente non si toccherebbero nemmeno con un bastone, centomila persone in delirio… io più altre 99.999.
E il popolo nerazzurro si riversa nelle strade del centro di Milano, canta Josè Mourinho lalalalalala, suona, salta perché chi non salta rossonero è, accarezza Coppe gonfiabili indossando magliette improponibili come la numero 31 di Georgatos o la numero 24 di Luigi Sartor, si sposta in massa verso San Siro e aspetta per ore e ore l’apertura del portellone di quell’aereo dal quale comparirà per magia il Capitano con la Coppa, e l’arrivo della squadra al Meazza per una surreale festa all’alba.
Tutto questo ha contribuito a rendere la notte tra il 22 e il 23 maggio la più bella della mia vita (non me ne voglia l’interminabile elenco delle mie conquiste). Prima di tutto perché l’Inter ha vinto una Champions League, il che di per sé è già tantissima roba, poi per la tripletta (Inter prima in Italia a compiere una simile impresa), l’ennesimo motivo per andare in giro gonfi d’orgoglio con la sciarpa neroblù…
…ma soprattutto perché posso dire che IO C’ERO.
Ai miei nipotini racconterò che la Coppa di Mourinho e di Capitan Zanetti io l’ho vista coi miei occhi, che nell’arco di pochi minuti ho visto a un palmo di naso (anche se chiusi in macchina) il Capitano della tripletta e quello che lo ha sostituito quando ha deciso di interrompere la sua gloriosa carriera, l’immenso Esteban Cambiasso. Reciterò loro la formazione a memoria e tutta d’un fiato: Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Chivu, Zanetti, Cambiasso, Eto’o, Sneijder, Pandev, Milito.
Dirò loro che io ero parte di tutto questo, come fino a ieri pomeriggio hanno fatto coloro che c’erano 45 anni fa, i nonni di bambini e ragazzi che ora potranno avere il loro ricordo in HD da incorniciare al posto di quello vecchio e in bianco e nero.
Da ieri sera vedo quella Coppa con le strisce nerazzurre appese alle proverbiali grandi orecchie come un paio di orecchini semplici ma molto belli… e nonostante tutto ancora non riesco a capacitarmi che abbiamo (e sottolineo la prima persona plurale) vinto la Champions League.
[Qui sotto alcune foto scattate da me. Ho dimenticato la fotocamera a casa e mi sono dovuto arrangiare col cellulare, quindi accontentatevi.]
Volete un buon motivo per passare un’ora e mezza su Beer Delirium? In effetti l’ho cercato anch’io per un bel po’ di tempo, e ora finalmente l’ho trovato. Muse, live from Seattle, 2 aprile 2010. Guardate e godete (anche se non è proprio il concerto completo).
Chiaramente il video non è di mia proprietà, ma è stato pubblicato su MySpace.
Ho ancora addosso la maglia dell’Inter mentre vi scrivo. E’ una Nike originale regalatami per il mio 17° compleanno – per intenderci, nel 2000: l’anno di Tardelli in panchina, Cirillo, Hakan Sukur e Ferrante in campo; l’anno in cui perdemmo 0-6 un derby con doppietta di Comandini; l’epoca in cui si veniva ancora additati e derisi, ecco.
Questa maglia l’ho indossata martedì scorso dopo tanto tempo, non so perché. Forse per far sorridere l’amico che mi ha ospitato, forse per sentirmi anch’io parte integrante di quello che stavo per vivere dopo un sacco di tempo: giocarsi la possibilità di andare in finale di Champions, a sette anni dall’ultima semifinale con il Milan, a trentotto anni dall’ultima finale, a quarantacinque dall’ultima vittoria.
Voglio dire, c’ero per la famosa Juve-Inter di Ceccarini, c’ero per la Uefa del ‘98, c’ero per quel derby maledetto, c’ero il 5 maggio, c’ero per la prima festa scudetto… certo, non fisicamente (a parte per la festa scudetto, a San Siro ci sono andato eccome!), ma col cuore c’ero anch’io e quindi non potevo mancare né martedì né stasera, seduto su un divano rosso con la mia maglietta Nike originale del 2000 a fare la mia parte.
La maglia ha portato bene, che ne dite?
L’Inter è in finale di Champions League e io per primo non ci avrei scommesso 10 euro a inizio stagione, e nemmeno dopo la prima figuraccia al Camp Nou, o prima del Chelsea, o quando il sorteggio dei quarti ci ha messi dalla parte del tabellone occupata dal Barcellona. “L’Inter di Champions è sempre l’Inter di Champions”, mi ripetevo, quindi si scioglierà al sole quando a Londra sarà sotto pressione, o in mezzo alla bolgia catalana. E invece, guarda un po’, mi sbagliavo.
Parlando di questa sera, ci sono molti motivi per godere come uno yak: a partire dalla figura di merda di Ibrahimovic, andato via dall’Inter per vincere la Champions e sbattuto fuori… dall’Inter; per poi passare all’umiliazione delle merde catalane, distrutte in 10 contro 11 nonostante le loro magliette, i petardi dei tifosi fuori dall’hotel in cui alloggiavano i nostri, le dichiarazioni bellicose, le remuntade sbandierate ai quattro venti, gli svenimenti con l’occhietto pronto a guardare cosa fa l’arbitro, gli idranti e i piagnistei post-partita; per finire con la rivincita di Mourinho contro tutti quelli che l’hanno definito solo “un abile comunicatore”.
Ma oltre a tutto questo, c’è la consapevolezza di avere centrato un obiettivo che sembrava impossibile dopo aver visto le partite europee dell’Inter degli ultimi anni. La possibilità di accarezzare un sogno e di giocarsela, vada come vada. E se andrà male almeno sappiamo di essere arrivati fino lì e abbiamo vissuto una stagione fantastica così com’è, al 28 aprile in corsa su tre fronti: in finale di Champions e di Coppa Italia, e in testa al campionato a tre turni dalla fine.