Sfogliando l’album

delirio partorito da Andrè Nakamura | catalogato in: Deliri Birrici Vari

Beer Word: sindaco | Beer Song: "(You Make Me Feel Like) A Natural Woman", A.Franklin

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Avete presente la sensazione che si prova riaprendo un vecchio album di foto? Non so, riguardarvi con quel terrificante taglio di capelli o con la divisa militare e la sigaretta in bocca, o piccini picciò contesi dai nonni… Questa sensazione, a meno che non si voglia rinnegare totalmente il proprio passato, si chiama nostalgia. La voglia di tornare adolescenti e commettere gli stessi errori di allora, di essere di nuovo bambini e farsi coccolare, o di tornare a quella vacanza in Grecia…

Più o meno è quello che sto provando io riguardando le pagine del fu All of U2. L’occasione mi è stata data dall’Internet Archive, un sito che archivia piccole istantanee di qualsiasi sito web mai esistito – perlomeno questo è quel che credo: se c’è All of U2 dev’esserci proprio tutto.

All of U2 è il mio debutto nel mondo del web, datato 2004. Dedicato alla mia grande passione, da neonato (sfondo giallo ocra triste come un film neorealista) era l’esempio più limpido del web 1.0: nessun contenuto dinamico, gif animate e banner rettangolari, scritte scorrevoli e una piccola e squallida raccolta di foto, quando per trovare una foto degli U2 su internet bisognava fare veramente fatica.

Col passare del tempo il sito è diventato bambino e poi adolescente: è cresciuto e si è sviluppato, cambiando forma e colore ed essendo aggiornato sempre e costantemente. Prima a mano, passando un sacco di tempo a spostare le mie tabelline, a tagliuzzare e incollare pezzi di sito, poi automaticamente, con il contenuto dinamico di WordPress e lo spettacolare lavoro grafico di Erika.

A fine 2007 All of U2 è stato chiuso per lasciare spazio a questo blog, qualcosa che mi avrebbe occupato molto meno tempo, come potete notare dalla frequenza con cui è aggiornato.

Una piccola istantanea, risalente all’ottobre del 2006. Più di cinque anni fa…

Del recensire e criticare la musica

delirio partorito da Andrè Nakamura | catalogato in: Musica

Beer Word: grattaculo | Beer Song: "Charlie Brown", Coldplay

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Complice un piccolo ritardo nella spedizione della mia copia di Mylo Xyloto, l’ultimo album dei Coldplay (uno dei piccoli inconvenienti di chi acquista online), mi sono trovato a scartare il cellophane del CD con circa tre settimane di ritardo rispetto al resto del mondo. In queste tre settimane i miei feed si sono riempiti di articoli e recensioni su questo disco, talvolta autorevoli, talvolta no. Per non parlare delle varie community sul web.

Normalmente non leggo le recensioni. Il perché lo scoprirete continuando a leggere questo delirio, ma in sintesi posso dire che nessuno mi può dire se una cosa mi deve piacere o no. Stavolta però l’attesa ha generato in me una certa curiosità perciò, seppur col naso tappato, mi ci sono tuffato.

Chi mi conosce sa che amo molto i Coldplay, il che non mi rende esattamente imparziale riguardo ciò che sto per scrivere, ma la mia repulsione nei confronti di queste recensioni prescinde dal gruppo in questione, il quale è solamente uno spunto per una riflessione globale sul modo in cui Internet ha trasformato il modo di recepire e discutere la musica.

Diciamo che l’album ha diviso gli addetti e i non addetti ai lavori, come qualsiasi opera d’arte. In questo caso però mi è sembrato di scorgere una netta differenza tra i commenti positivi e quelli negativi: in parole povere, o se ne parla benissimo o malissimo, lasciando pochissimo spazio alle sfumature.

Inoltre (ma questo è un mio limite dovuto all’ignoranza) ho avuto l’impressione che nomi e testate autorevoli per la maggior parte abbiano recensito bene l’album; al contrario, la gran parte del cosiddetto popolo del web (i “recensori de noantri”) ha dato pareri molto negativi, al limite dell’insulto.

Ho parlato di ignoranza perché Dio mi fulmini se ho una purché minima idea di chi sia un’autorità nel mondo della critica musicale e chi no. Ci provo comunque: restando in Italia, ad esempio, credo che si possa tranquillamente affermare che Ernesto Assante (“E’ un bel disco. Si, che un ascolto dopo l’altro, conquista il cuore”) sia un nome pesante oppure che quelli di OndaRock (voto 7/10) normalmente non si fanno molti scrupoli nello stroncare album considerati un po’ leggeri.
Espatriando, chi vogliamo citare? Rolling Stone (voto 3,5/5)? Mojo (“A more streamlined affair, re-embracing themselves as an unpretentious yet big-sounding pop group” - voto 8/10)? Q (“Music this uplifting, this inspirational, belongs among the stars” - voto 10/10)?

Al contrario, un sito come AgoraVox scrive:

Mylo Xyloto è un album privo di personalità, idee prese a casaccio, pescate nel carniere di una band che si trova in difficoltà ad affrontare il futuro. Un disco saggiamente strutturato da un Brian Eno che ormai non sa più come prendere Martin e soci.”

Questo invece è un estratto della recensione di Stordisco (e qui tenetevi forte, perché si tratta di gran giornalismo):

“SVEGLIATEVI QUESTA È PURA MERDA!”

Attenzione: non voglio insinuare che quelli che sanno di musica apprezzano l’album e gli altri no, altrimenti non citerei NME che dà un bel 5/10 e dimenticherei di dire che a braccetto con i tanti denigratori ci sono altrettanti cosiddetti “fanboy” pronti a riempire i propri blog con recensioni entusiaste senza magari aver nemmeno ascoltato l’album.

Quel che contesto io è che, nel caso dei Coldplay come in mille altri, le critiche molto spesso partono da presupposti a mio modo di vedere totalmente sbagliati. Inoltre, chi scrive utilizza spesso un tono astioso, sarcastico e spesso volgare, sintomo di chi scrive articoli spinto più da un’antipatia personale che da un sincero e imparziale giudizio.

Il delirio continua… →

Un piccolo saluto a Steve Jobs

delirio partorito da Andrè Nakamura | catalogato in: Deliri Birrici Vari, Tecchinologgia

Beer Word: spalla | Beer Song: "Money", Pink Floyd

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Una parte di me mi odia profondamente per quello che sto per fare (e anche per il titolo che ho scelto per questo delirio). Normalmente detesto la schiera di vedove che si materializza ogni volta che muore qualche personaggio famoso: tutti appassionati d’opera quando è morto Pavarotti, tutti fan della Winehouse quest’estate, tutti a toccarsi il pacco quando è morto Michael Jackson – ma quella forse era scaramanzia.

 

Perché allora sto facendo questa specie di elogio funebre?

Non più tardi di due giorni fa durante una conversazione con la mia ragazza sono saltato fuori dal nulla dicendole che avevano appena presentato il nuovo iPhone. Quando lei mi ha chiesto se le stavo dando questa notizia perché volessi comprarlo le ho risposto di no, che mi piacerebbe ma non posso permettermi di spendere certe cifre per un telefonino (sì sì lo so, non è un semplice telefonino); semplicemente da quando possiedo un MacBook e un iPod e mi sono reso conto di cosa vuol dire utilizzare questi prodotti piuttosto che quelli della concorrenza finestroide, bè… sono entrato in un mondo nuovo e mi appassiona capire cosa succede in questo mondo, quali sono le novità che ci propone.

Mi rendo conto di non sentirmi in pieno diritto di far parte del mondo Apple – in fondo non sono uno di quei Mac-user che possiedono qualsiasi cosa abbia inciso sopra una mela masticata… anzi, sono cinque anni che non cambio il computer – e allo stesso tempo mi rendo conto che suona un po’ ridicolo il solo parlare di “mondo Apple”, ma credo che a voi gente qualunque (senza offesa) risulti a malapena comprensibile una cosa del genere. Scherzo, eh?

Tornando al perché di tutto questo, credo che il sentirmi in dovere di dire due parole per Steve Jobs derivi da questo: così come sono interessato visceralmente alla presentazione di un prodotto che probabilmente non comprerò mai, allo stesso modo sono rimasto colpito dalla morte di una persona che non ho mai conosciuto ma che ha dato tanto a me come a tutti in quanto pioniere, scienziato, inventore… genio.

E poi, bè, non posso non cadere nella banalità più assoluta: era una brava persona, era giovane ed era una mente brillantissima, di quelle che si fa sempre più fatica a trovare. Ovviamente chi è l’opposto campa 120 anni, per la serie: “Sono sempre i migliori che se ne vanno”.

Perciò, grazie di tutto Steve. Grazie di aver passato anni chiuso in un garage con Woz, grazie di averci insegnato a “pensare diversamente”, di averci fatto sentire un po’ alternativi solo per il fatto di non potere aprire un file .exe inviato da un amico, di aver riempito autobus e metropolitane di tutto il mondo di milioni di cuffiettine bianche, di aver ridotto una generazione ad accarezzare il cellulare con il dito indice… insomma: di averci stupito con effetti speciali che col passare del tempo hanno fatto parte della vita di tutti i giorni.

Vivo perché?

delirio partorito da Andrè Nakamura | catalogato in: I decaloghi di B/D

Beer Word: cellulino | Beer Song: "Uberlin", R.E.M.

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Mi è stato proposto una specie di giochetto, ispirato da quello che ultimamente è diventato fonte di ispirazione per qualunque cosa esistente al mondo: Roberto Saviano. Lo scrittore ha stilato una lista dei 10 motivi per i quali vale la pena vivere e ha invitato i suoi lettori a fare lo stesso.

Innanzitutto puntualizziamo una cosa: Saviano è un grandissimo e coraggiosissimo uomo e diciamo che bene o male può fare quello che vuole, ma è necessario che si dia a Cesare quel che è di Cesare: i decaloghi li ho inventati io (e Mosè, ma lui non conta perché all’epoca non esisteva la legge sul diritto d’autore). Quindi, caro Roberto, continua pure a dire la tua su tutto e tutti, ma se pubblichi decaloghi su La Repubblica sei pregato come minimo di darmi credito.

Stronzate a parte (se non ne dico una ogni cinque minuti mi sento male), avrei potuto lasciare il tutto nella mia sfera privata, ma la proposta era perfetta per I Decaloghi di Beer Delirium, e se non sfrutto l’occasione per pubblicare questo decalogo che lo tengo a fare il blog? Quindi spero di essere perdonato per aver messo la cosa in pubblico.

Trovare questi dieci motivi è un bell’esercizio mentale, perché una vita è fatta di centomila cose diverse, belle e brutte, e sceglierne solamente dieci è una sfida. Ci vorrebbero dei mesi per elaborare questo decalogo, ma non voglio far passare troppo tempo, altrimenti la persona che mi ha stimolato a farlo penserebbe che stia ignorando la sua richiesta. Quindi ci proverò buttando giù di getto ciò che mi viene in mente: uhm… vediamo…

I. La riuscita di qualcosa che hai realizzato con fatica e impegno: imparare a suonare uno strumento, costruire il più stupido mobile dell’Ikea, mettere su questo blog, cucinare un piatto complesso, far funzionare un rapporto…
II. Andare a dormire dopo una giornata faticosa
III. I Simpson
IV. Serate come quella del 22 maggio 2010 o come quella del 9 luglio 2006
V. L’amore e i baci
VI. La sensazione di pace che si ha il venerdì sapendo di avere davanti due giorni di riposo
VII. Fare una battuta che fa ridere tutti quelli che ti stanno attorno
VIII. Mangiare bene
IX. Ascoltare per la prima volta un nuovo disco
X. Sapere che c’è qualcuno che conta su di te e ne ha ben donde

E voi? Volete ingrossare ulteriormente le tasche dell’editore di Repubblica e mettere il vostro decalogo direttamente sull’articolo di Saviano oppure commenterete qui su Beer Delirium?

Nella foto, uno che sarebbe dovuto passare all’ufficio brevetti.

La leggenda del batterista sull’oceano

delirio partorito da Andrè Nakamura | catalogato in: Deliri Birrici Vari

Beer Word: non fu gol! | Beer Song: "Io e Te Per Altri Giorni", Pooh

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Nel corso della mia breve e modesta vita mi è capitato raramente di essere al centro dell’attenzione. E’ capitato nell’unica recita delle medie alla quale ho partecipato, nel ruolo de Il Sole (astenersi da eventuali commenti sulla rotondità di entrambi), oppure quando ho vinto un fornetto elettrico alla pesca di beneficienza alla fiera del mio paese. E’ capitato quando ho vinto il rinomato concorso “Il Dettato d’Oro” indetto dal comune di None nel lontano 1997 (o ’98, non ricordo esattamente), e nella bella quanto sventurata partecipazione a una serata di cabaret al Cab 41 a Torino di un paio di anni fa.

Qualche settimana fa, invece, è arrivata l’occasione per stare sotto i riflettori per la cosa che so fare meglio (non bene… meglio delle altre): suonare la batteria. Già, perché il mio amico Enrico, capobanda e cantante dell’orchestra che porta il suo cognome, mi ha invitato a sostituire il suo batterista per quattro concerti da tenersi nientemeno che su una nave da crociera, che ha solcato i mari del Mediterraneo occidentale. In parole povere…

Ho suonato davanti a un pubblico!

Non voglio fare lo sbruffone dicendo che sono stato magico e meraviglioso e ho avuto assoluta padronanza della situazione. In effetti è stato l’esatto contrario: senza avere la minima idea delle dinamiche di un palco e conoscendo pochissimo del repertorio suonato (composto prevalentemente da mazurche, valzer, polke, cha cha e musica leggera italiana anni ’60), non ho potuto fare altro che improvvisare ed adattarmi alle situazioni che mi si sono parate davanti. E così sono andato dietro agli altri tre, non avendo nemmeno l’esatta percezione di quello che stavo facendo, causa problemi di audio (o dovrei dire di udito, perché sembrava che tutti sentissero la mia batteria tranne me).

Eppure, nonostante la mia auto-valutazione fosse a malapena sufficiente, ho ricevuto un sacco di complimenti, sia dai miei compagni di palco che da parte del pubblico. Devono avermi preso in simpatia.

Devo dire che, nonostante le mie insicurezze e insoddisfazioni, sono sceso dal palco pieno di orgoglio, come una consumata rockstar dopo 25 anni di tour mondiali. Per quanto fossi uno sgangherato batterista, che ha suonato una sgangherata batteria, su un palco sgangherato facente parte di una nave sgangherata, appena dopo l’ultimo colpo di crash mi sono sentito Stewart Copeland dopo un concerto dei Police, osannato dal pubblico e dalle groupies (che in questo caso avevano un’età media di 68 anni). E’ una sensazione grandiosa.

Per questo devo ringraziare sentitamente i miei compagni di palco: Enrico, Luciano e Gino, che mi hanno aiutato in tutto e per tutto; i simpatici signorotti del gruppo di viaggio che hanno ballato e applaudito la nostra musica (in particolare il sosia di Silvio Berlusconi, molto somigliante all’originale ma più simpatico e meno mafioso… ugualmente allupato, però); il personale della Costa Crociere che, nonostante tutto, ci ha dato una mano.

E poi mi sono fatto una crociera gratis. Altrimenti perché avrei accettato?

E’ finita, gente

delirio partorito da Andrè Nakamura | catalogato in: Calcio

Beer Word: caesar salad | Beer Song: Spandau Ballet, "True"

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Tutti noi nerassurri (noi saremo qui nerassurri) sapevamo che questo momento sarebbe arrivato prima o poi, che ci piacesse o no. E’ un’idea che personalmente mi porto dietro da qualche tempo, ma considerato l’aumento esponenziale dei successi negli ultimi anni, culminata nel Meraviglioso Anno Duemiladieci, l’esaltazione mi ha distolto dal pensiero che prima o poi il ciclo di successi interista sarebbe terminato.

Ora, proprio all’apice di questo successo (siamo Campioni del Mondo, gente, non so se capite), eccola là: la consapevolezza che da qui in poi non si può far altro che scendere… o crollare, senza nemmeno il tempo di stare un paio di settimane là a lievitare in alta quota, dove osano le aquile, a goderci sto benedetto mondialeperclàb.

Per questo dobbiamo ringraziare il tempismo perfetto del Ciccio di Nonna Papera del mondo del calcio, quel Rafa Benitez dipinto come un galantuomo, ma pronto a scaricare una bella autocisterna di merda non appena ne ha avuto l’occasione. Bè, in effetti è difficile dare tutti i torti al Fantozzi della situazione, quello messo a lavorare nel sottoscala e incolpato di ogni insuccesso anche quando 45 (quarantacinque) infortuni hanno decimato la squadra più di quanto la peste abbia decimato la popolazione europea nel XII secolo.

Ragione o non ragione, sta di fatto che in questo momento siamo nella emme fino al collo, settimi in campionato a una dozzina di punti dal Milan (brrr), agli ottavi di Champions sì, ma stentando (ma a questo ci siamo abituati ed è successo pure l’anno scorso), con lo spogliatoio spaccato a metà e con l’aria di Appiano Gentile che puzza di esonero a 200 km di distanza. Insomma, una situazione vintage degna degli anni intercorsi tra Orrico e Zaccheroni.

Perciò la parabola è entrata nella sua fase discendente. Cosa ci aspetta ora? I dannati rottoneri si prenderanno gioco di noi? Dovremo vedere Ibrahimovic bullarsi di essere l’artefice dei successi milanisti, con conseguente pernacchia a noi? Arriveremo dietro alla Juve, alla Roma… al Napoli (?!?) per i prossimi dieci anni? Chi può dirlo? Bè, speriamo di no, cazzo!

La realtà è che per quanto scenderemo giù, dentro di noi abbiamo la consapevolezza e l’orgoglio di essere precipitati da molto in alto. Non potremo mai scordare il ritorno alla vittoria in punta di piedi, prima con le Coppe Italia e le Supercoppe Italiane, poi con i primi scudetti, un sapore sconosciuto per chi come me nel famoso “anno dei record” era un frugoletto. E poi la Tripletta e, ovviamente, la Cinquina. Roma, Siena, Madrid, Abu Dhabi.

Nessuno come noi, porco cane!

E possiamo dire che c’eravamo, anche quando ci saranno i futuri Tardelli e Cuper a rovinarci il fegato, anche quando gli stramaledetti arriveranno alla decima Champions. Per cui, mutuando una frase degli amici di Interistiorg.org, grazie a Mancini, a Mourinho e persino a Benitez.